Tra semplificazione e polemiche: il difficile equilibrio dell’UE
La Commissione UE riduce gli obblighi green per le aziende, proponendo un pacchetto di modifiche che alleggerisce report, posticipa scadenze e semplifica regole.
L’obiettivo dichiarato è «proteggere l’industria UE dalla concorrenza sleale di USA e Cina», ma le misure dividono tra apprezzamenti delle imprese e accuse di un passo indietro nella lotta al clima.
Meno burocrazia, più flessibilità
Il cuore del pacchetto è la riduzione del 25% degli oneri amministrativi entro il 2029. Per la CSRD, che regola la rendicontazione ambientale, solo le aziende con oltre 1.000 dipendenti dovranno fornire dati dettagliati (escludendo l’80% delle realtà). Le PMI potranno usare standard volontari, mentre le grandi imprese vedranno tagliati il 70% dei dati richiesti. Il CBAM, il meccanismo che tassa le importazioni inquinanti, esenta ora le aziende con importazioni sotto le 50 tonnellate/anno, semplificando la vita al 90% delle realtà coinvolte.
Novità anche per la Tassonomia UE: i criteri per definire “green” i prodotti chimici sono stati semplificati del 40%, con l’obiettivo di accelerare investimenti in tecnologie pulite. Tuttavia, il rinvio di metà delle scadenze della CSDDD (la direttiva sulla responsabilità sociale delle imprese) al 2027 preoccupa gli ambientalisti, che temono un rallentamento nella lotta allo sfruttamento delle risorse.
Reazioni a confronto
Il vicepresidente Valdis Dombrovskis difende le scelte: «Non rinunciamo agli obiettivi climatici, ma eliminiamo adempimenti ridondanti». Le imprese applaudono: per Confindustria, le misure «riducono costi per 6,3 miliardi di euro, allineandosi ai sussidi USA per l’industria verde».
Ma i critici sono numerosi. Legambiente accusa: «L’UE apre la strada al greenwashing, rinviando regole vitali per il clima». I Verdi al Parlamento europeo parlano di «regalo alle lobby industriali», mentre il WWF avverte: «Senza trasparenza, le aziende potranno nascondere impatti ambientali».
Geopolitica vs. Ambiente
La revisione arriva in un momento critico: l’UE teme la fuga di aziende verso paesi con regole meno stringenti, come Cina o USA, dove il Inflation Reduction Act offre sussidi miliardari. Per contrastarlo, Bruxelles ha lanciato il Clean Industrial Deal, un piano da 100 miliardi per sostenere tecnologie pulite.
Ma la priorità alla competitività economica solleva dubbi. «Come si bilancia la crescita con la sopravvivenza del pianeta?», si chiede Marie Toussaint (Verdi). Intanto, la Commissione prepara una nuova revisione dei criteri Do No Significant Harm (DNSH), che potrebbe ulteriormente allentare i vincoli per le aziende entro il 2025.
Prossime tappe
Il pacchetto dovrà ora superare lo scoglio del Parlamento UE, dove Socialisti e Verdi minacciano resistenze, sostenendo che la semplificazione favorisca le lobby industriali.
Intanto, la Commissione lavora a una revisione dei criteri Do No Significant Harm (DNSH) per i prodotti chimici, promettendo ulteriori semplificazioni entro fine 2025.
Una petizione di oltre 50 ONG chiede però «regole più rigorose, non meno», mentre il Clean Industrial Deal – con 100 miliardi per tecnologie pulite – cerca di bilanciare competitività e clima.
Con le tensioni geopolitiche e il rischio di delocalizzazioni, l’UE prova a reinventarsi senza rinunciare ai suoi obiettivi. Ma il nodo resta: come crescere economicamente senza indebolire la lotta alla crisi climatica?

